A cura del Dott. Cristiano Medeot
Il termine “Doppia diagnosi” si riferisce alla condizione, sempre più osservabile nella pratica clinica, di comorbidità tra un disturbo da uso di sostanze e un disturbo psichiatrico.
Si tratta di una situazione di notevole complessità speculativa e operativa, che attualmente viene ampiamente dibattuta nei termini del rilievo di una rilevante incidenza epidemiologica e dell’impegno richiesto per la cura; quasi tutti i pazienti con condotte di abuso infatti presentano almeno un sintomo psicopatologico, e viceversa la maggior parte della popolazione clinica che afferisce ai servizi di salute mentale manifesta un utilizzo – almeno saltuario – di sostanze.
A seconda che si decida di dare più peso agli aspetti psichiatrici piuttosto che a quelli correlati all’uso di sostanze, si corre il rischio di divergere (e a volte configgere) nella proposta e nell’utilizzo delle strategie terapeutiche e riabilitative, non considerando in questo modo l’unicità e l’integrità (per quanto fragile) del paziente rispetto al suo vissuto soggettivo di sofferenza.
Le comunità terapeutiche che si propongono per la cura di queste condizioni sono, in questo senso, una risposta con molti margini di efficacia. La comunità terapeutica, con una equipe specializzata, può infatti farsi carico contemporaneamente delle disfunzioni comportamentali di abuso e dipendenza e degli aspetti psicopatologici, secondo un modello di intervento integrato (e non sequenziale o parallelo), che aiuta il paziente a dare un senso coerente al suo percorso di cura ed evita il rischio della contradditorietà delle prescrizioni terapeutiche.


