Riabilitazione a 360°: Residenzialità leggera e lavoro – I nuovi obiettivi di Crest

l lavoro fornisce, nel modello sociale attuale, non solo essenziali risposte economiche, ma anche contributi determinanti nel definire l’identità, nell’offrire un luogo alle relazioni interpersonali e nel costruire un positivo senso personale di attività, impegno e capacità. Riveste, quindi, un ruolo centrale nel mantenere la salute mentale e a promuoverne il recupero anche attraverso una rottura di quella identificazione nel ruolo di paziente come caratteristica vitale dominante, che è propria della disabilità.

Nonostante questo, nel 2011, la percentuale dei senza lavoro nei soggetti affetti da gravi malattie mentali era il 75% in Italia. A tale esclusione concorrono non solo pregiudizi sociali e familiari, ma spesso le convinzioni degli stessi operatori che la disoccupazione sia una conseguenza naturale della malattia ed il lavoro invece una sfida troppo difficile o costosa.

Ad oggi non vengono più deliberate borse lavoro dai comuni lombardi e dai CPS di provenienza. La situazione lavorativa ed economica in Italia è quella che tutti conosciamo. Rimane solo l’amarezza e la delusione di quelle persone con problemi psichiatrici (e delle rispettive famiglie) che pure avendo iniziato da anni  un percorso di crescita e riabilitazione,  oggi, improvvisamente,  perdono ogni punto di riferimento e sostegno all’atto delle dimissioni. Quegli stessi pazienti, impegnati da anni giornalmente nelle attività della comunità, vengono dimessi e rimandati nelle loro abitazioni, senza null’altro da fare se non oziare.

Essendo Crest consapevole che oggi le cure devono passare da questioni concrete, ci stiamo impegnando con l’obiettivo di tradurre in realtà i concetti di libertà, autonomia ed indipendenza che tanto vengono proclamati all’interno dei servizi della riabilitazione psichiatrica.

Appartamenti protetti, quindi. Perché non si può sempre rientrare in famiglia. Perché a volte la famiglia non riesce a riaccogliere un figlio in casa dopo anni di assenza. Perché si rischierebbe la riattivazione di tutta una serie di dinamiche di violenza, aggressività o passività che porterebbero alla riacutizzazione dei sintomi. Perché genitori e figli tendono a guardarsi con gli occhi “di allora” e non con quelli del presente. Perché a volte il cambiamento va anche dimostrato, a se stessi e agli altri.

E poi il passo più difficile: il lavoro. Una buona parte di attività viene fatta da anni all’interno della comunità in gruppi specificatamente costruiti: si individuano i prerequisiti lavorativi,  le inclinazioni individuali di ognuno e si stende un profilo lavorativo del paziente. Lo si aiuta a formalizzare il curriculum e a individuare modalità per la ricerca online, in agenzie interinali e cooperative, lo si accompagna nel “primo pezzo di strada” qualora il lavoro lo si trovi. Ma ci siamo accorti che questo non basta. Per questo stiamo facendo un ulteriore tentativo: affidando molti dei nostri servizi interni (pulizie, cucina, ecc.) ad una cooperativa sociale che possa far lavorare i nostri pazienti. Un primo inserimento è già stato fatto: C. ora ha un lavoro retribuito.

È evidente come l’aspetto d’inclusione sociale, attraverso un percorso d’inserimento, ma soprattutto di contatto e relazione, prevalga sulla funzione economica, che però non è da sottovalutare. Il valore aggiunto riconosciuto dagli stessi utenti, è nell’opportunità di vivere in un ambiente ricco di stimoli, contatti, relazioni, responsabilità. Un percorso che speriamo permetterà a diversi utenti/pazienti, in alcuni casi di rinascere a “nuova vita”.

a cura della Dott.ssa Chiara Zoppellaro, Psicoterapeuta.

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