“VI SPIEGO LA COCA E COME SI PUO’ BATTERE”. Paolo Berizzi intervista Vittorio Tanzi.

“VI SPIEGO LA COCA E COME SI PUO’ BATTERE”.

Paolo Berizzi intervista Vittorio Tanzi, responsabile qualità del CREST (Centro per i disturbi di personalità e tossicomania).

Chi è il cocainomane, oggi? Profilo psicologico, comportamentale…
Il cocainomane è un malato, grave. Per me che ho iniziato a lavorare venti anni fa con gli eroinomani vecchio stile è sempre una nuova scoperta e messa alla prova. Le neuroscienze hanno aiutato molto a inquadrarne il funzionamento a livello bio-chimico, e quindi a mettere a punto un aiuto farmacologico, ma dal punto di vista del trattamento c’è ancora molta ingenuità, soprattutto da parte dei famigliari che non hanno una reale consapevolezza di come sia complesso, lungo e doloroso un percorso di cura.

Perché l’uso della coca rende possibili comportamenti impensabili anche dopo poche volte che si assume e i danni della coca, se si è fortunati e si riesce a intervenire in tempo, sono lunghi da “riparare”. In più c’è ancora il mito della “bamba” come droga che posso usare così, che so, a capodanno o nel fine settimana come fosse una bevuta tra amici… E’ vero che, a differenza di un tempo, chi tira coca sfugge a un identikit socio-economico professionale più o meno preciso? Verissimo, una volta il costo della coca era proibitivo ai più. Oggi la coca costa pochissimo rispetto a venti anni fa e i suoi sottoprodotti derivati se li possono permettere tutti. Aggiungi che c’è una disponibilità enorme di prodotto anche perché c’è una richiesta continua e trasversale: una volta si facevano i ricchi per intenderci, oggi si fanno tutti, ma proprio tutti, dal manager al panettiere all’operaio.

Ci può fare degli esempi di questa trasversalità, sulla base dell’esperienza con i vostri pazienti?
Ti posso fare un esempio della popolazione che oggi si cura in una delle nostre comunità o si presenta in ambulatorio: 50 enne ex eroinomane che è passato alla coca e all’alcool, figlio di una famiglia alto borghese lombarda; donna 40 enne che ha girato il mondo facendo tutti i lavori possibili; un paio di giovani writers 20enni, che in più si sono ammazzati di canne e di pastiglie con anni di fallimenti scolastici alle spalle; 50 enne ex musicista oggi suonatore ambulante che ormai viveva per strada; giovani extracomunitari che hanno cominciato anche a vendere il “fumo” e poi anche la coca; professore universitario; impiegato statale 30 enne, studente liceale… e in passato abbiamo visto tutte, ma proprio tutte, le tipologie di età e professioni: piloti di aerei, chirurghi, psichiatri, politici, attori, oltre ovviamente a tutti i “disperati” che oltre alla coca non hanno altra risorsa, disoccupati…

Come arrivano da voi?
Molti oggi semplicemente leggono su internet che esistiamo o hanno conosciuto qualcuno che si è curato da noi o tramite un medico o uno psichiatra che ci conosce, altri attraverso i Sert o i CPS, cioè i servizi territoriali per le dipendenze e la psichiatria. Alcuni da cliniche che ci conoscono e sanno che lavoriamo onestamente e non promettiamo miracoli.

Quanti, in media, riescono a uscirne?
Domanda da un milione di dollari…se fai tutto il percorso terapeutico onestamente e seriamente tutti ce la possono fare. Certo è che curarsi è una vicenda seria, lunga e anche dolorosa per tutti, prima di tutto per la persona che vuole uscirne ma anche per i famigliari e per tutti quelli che partecipano al percorso di cura; e la dipendenza da sostanze ha il brutto vizio di essere una malattia che ha la tendenza a cronicizzarsi attraverso le ricadute…

Quanti ci ricascano?
Ti ripeto, se si fa bene tutto il percorso posso affermare che le ricadute sono pochissime. Bisogna anche tenere conto che dovremmo fare un follow up dei pazienti curati almeno da cinque anni per poter dare un dato significativo, ma questo è impossibile o comunque difficilissimo.

Qual è la parte più dura del percorso di recupero?
Posso dirti che la parte più “facile” è quella della disintossicazione. Tutto il resto è durissimo. Non si possono promettere terapie “facili”. Ti faccio un esempio: noi spesso ci troviamo a dover dimettere i pazienti, magari dopo un anno o più di lavoro insieme in comunità, perché la retta non può più essere pagata dalle regioni e quindi dobbiamo restituire una persona in una delle fasi più delicate a una fase di reinserimento dove, se gli va bene, potrà tornare al Sert e in casa con i genitori: ecco lì la probabilità che tutto il lavoro che ha fatto il paziente vada perduto in breve tempo è altissima.

Che cosa serve per sconfiggere il demone?
Anche questo sarebbe un discorso lungo, anche la parola che usi, demone potrebbe aiutarci a riflettere. Ma quello che serve è in primis la motivazione soggettiva del malato, il cocainomane. Senza la voglia profonda, concreta di curarsi non c’è speranza di guarigione. Poi servono modelli di trattamento seri e non improvvisati, parlo di fasi di cura fondamentali: disintossicazione, testistica e strutturazione della terapia farmacologica e del contratto terapeutico individualizzato per ogni paziente. Terapia cognitivo comportamentale fino al raggiungimento degli obiettivi concordati e poi fase di reinserimento sociale e trattamento ambulatoriale, poi a seconda del caso, una psicoterapia che favorisca la mentalizzazione e la generalizzazione delle strategie apprese precedentemente.

Che cosa consiglia a chi cade nella coca? E ai familiari?
Ai famigliari di intervenire subito e seriamente, e di non farsi “intortare” dalle capacità manipolatorie care a ogni abusatore di sostanze che si rispetti e a chi si sta facendo di coca di vedere la propria malattia come un tumore maligno da curare subito perché se no diventerà pervasivo, cronico e recidivante. Esattamente le caratteristiche di tutte le tossicodipendenze.

E’ vero che è la più subdola delle droghe? Perché?
Non so se è la più subdola. Di certo è una delle più difficili da abbandonare, perché è troppo seducente, promette molto e non mantiene mai quello che promette. Il cocainomane ha una rappresentazione talmente distorta della realtà e di come ottiene ciò che desidera, o pensa sia desiderabile, che non sa neanche più quali siano i suoi bisogni veri, reali. Nel frattempo ha fatto al suo unico e insostituibile cervello danni tali che poi rimettere a posto le cose non sarà per niente facile per lui.

Dai dati in vostro possesso rimane la droga più richiesta?
Penso proprio di sì, insieme alla cannabis che è un’altra bella gatta da pelare.

Su dieci pazienti, quanti sono i policonsumatori?
Quasi tutti.

Con che cosa si inizia? Vale ancora il passaggio canne-coca-eroina o semplicemente canne-coca?
Direi canne, alcool, molto alcool e coca. L’eroina, sebbene ancora di gran moda ha perso tutto l’appeal socio culturale che la sosteneva, solo che la differenza è che gli eroinomani sopravvissuti e curati si sono reinseriti abbastanza bene mentre penso che per cocainomani e per tutti noi sarà un po’più difficile.

Il nuovo decreto svuota carceri manderà i detenuti tossicodipendenti a scontare la pena in comunità. E’ d’accordo? O ci sono soluzioni più efficaci?
Vedremo, le comunità, almeno in Lombardia accolgono con difficoltà i detenuti con pene sostitutive che non siano l’affido. Questo perché quando un paziente in regime di arresti domiciliari rompe una regola del trattamento, per esempio fare sesso con un altro paziente o banalmente si rifiuta di partecipare attivamente alla terapia, per ottenere un trasferimento o un ritorno in carcere ci vogliono mesi, se aggiungi che non c’è alcun dialogo tra comunità, cioè curanti e magistrati… Io proporrei di portare la terapia dentro le carceri. Gli spazi ci sono già, e con quello che lo Stato spende per un detenuto pagherebbe una terapia che forse nel tempo potrebbe far migliorare la vita alla persona e risparmiare soldi allo Stato. Non so se tutti sanno infatti quanto “costa” un detenuto a San Vittore a Milano e quanto sia la retta che la Regione Lombardia paga per un paziente tossicodipendente in comunità. Un detenuto infatti costa quasi il triplo della retta di un ospite in comunità che mangia molto meglio, dorme e vive in spazi decisamente migliori del carcere e riceve assistenza di personale specializzato.

A che punto siamo in Italia con le politiche antidroga? Prevenzione, cura, reinserimento, lotta al traffico…
Non mi esprimo perché la domanda richiederebbe uno spazio troppo lungo.

Ci sono Paesi da prendere a modello?
Non credo ci sia un solo modello efficace perché gli interventi che si richiedono per avere un miglioramento sensibile sono complessi e devono essere coerenti e integrati per poter funzionare. Ci sono Paesi che scelgono strade di liberalizzazione e depenalizzazione che non hanno avuto effetti “clinici”, come l’Olanda perché tutti i tossici europei sono sempre andati ad Amsterdam con la scusa dell’erba libera e depenalizzata e hanno sempre trovato tutte ma proprio tutte le altre droghe disponibili. L’Uruguay ha legalizzato l’uso di cannabis, staremo a vedere. Il parco di Zurigo per gli eroinomani vent’anni fa è stato un disastro.

Non crede che finora le campagne di prevenzione e sensibilizzazione siano state un po’ stantie, poco dirette e dunque non efficaci come dovrebbero?
Credo che tu abbia ragione, io per esempio che lavoro nel settore delle dipendenze da anni non ho mai visto nulla che mi abbia colpito in modo favorevole né ho mai percepito l’efficacia di una campagna anti droga. Della coca poi, a parte qualche iniziativa come la tua o quella de “Le Iene” anni fa, poco o nulla è stato fatto di visibile e di forte impatto. Fuori dalle scuole medie dove va mio figlio tutte le mattine si spaccia perché c’è un liceo classico. Credi che i professori e che il preside non si accorgano che sono studenti del loro istituto che prima di andare a scuola fumano e spacciano fumo e che dopo scuola si fermano a farsi la cannetta prima di tornare a casa e si organizzano per le pastiglie e la coca del sabato sera? Ecco, da lì dovremmo cominciare, come fai tu che occupi gli spazi della droga, noi genitori dovremmo occupare le panchine di quegli studenti e chiedere ai professori che passano e fanno finta di non vedere come trovano una coerenza con il loro ruolo di educatori. Hai mai sentito parlare, che ne so, di obbligo di controllo delle urine o esame del capello per tutti coloro che hanno ruoli di responsabilità nei confronti dei cittadini? I politici, i piloti di aerei, i guidatori di autobus, i professori… Iniziamo a dare un buon esempio da modellare e a generare azioni coerenti e forse saremo sulla buona strada.

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